Ecco, lo ammetto… sono una cicloturista enogastronomica!
Quando viaggio, adoro conoscere i luoghi che visito anche attraverso il cibo, i sapori, le tradizioni agricole ed enogastronomiche. E questa conoscenza mi consente di mantenere, a distanza di anni, un ricordo e un legame molto forti con i popoli e le terre che ho avuto la fortuna di incontrare.
Il sabato mattina di due settimane fa ho partecipato ad un tea party virtuale: io dall’Italia, un’altra ventina di ospiti collegati da diverse parti del mondo, e i collaboratori della Kyoto Obubu Tea Farm da Wazuka, in Giappone (https://obubutea.com). Ciascuno con la propria tazza di the (la mia era preparata proprio con il loro gyokuro), abbiamo chiacchierato di una passione che, evidentemente, ci accumunava, anche se ci trovavamo sparsi per il mondo, a migliaia di chilometri di distanza l’uno dall’altro, geograficamente ma probabilmente anche e soprattutto culturalmente lontani.

Avevo visitato la Obubu Tea Farm l’anno scorso, durante il mio tour in bicicletta in Giappone: io e mio marito avevamo dedicato un’intera giornata alla visita delle piantagioni di the, al corso e alla degustazione che ne erano seguiti, imparando molti aspetti del mondo che sta dietro a questa bevanda, così conosciuta ma, forse, data quasi per scontata.
Durante quella visita, ero rimasta estremamente colpita dalle analogie che avevo riscontrato con altre visite effettuate nel corso dei miei viaggi e delle mie esperienze passati, quando prima senza ma poi assolutamente con la mia bici, mi sono addentrata nel cuore di diverse regioni di produzione di vino, di birra, di formaggi: passione e orgoglio per la propria attività; una conoscenza e un saper fare stratificati e radicati sul territorio da decenni, che in nessun modo possono essere improvvisati; una ricchezza di particolari e di sfumature nei racconti di terre, cultura, tradizioni, sempre estremamente sorprendenti.

Da quando a spasso per il mondo ci vado in bici, mi sono accorta che in parte è cambiato il modo in cui riesco a vivere l’esperienza enogastronomica, durante e dopo il mio viaggio.
In sella alla mia due ruote, riesco a prendere maggiormente coscienza di aspetti del territorio che prima non notavo neppure: minime differenze, che spostandosi con mezzi più veloci potrebbero passare inosservate, saltano agli occhi con maggiore nitidezza, come se si mettessero a fuoco per la prima volta particolari prima in secondo piano. È proprio grazie a questo nuovo punto di vista, che, dopo giorni sempre uguali di pedalata tra le risaie, lungo la Via Francigena, è saltata subito ai miei occhi la novità di un paesaggio che, seppure pianeggiante, andava mutando: dalle terre del riso in provincia di Pavia, a quelle coltivate a pomodori in provincia di Piacenza, a quelle dedicate all’allevamento della provincia di Parma, attraversate una di seguito all’altra in due assolati giorni di agosto. E mi sono resa conto che la campagna può essere ricca, ed essere estremamente attraente agli occhi del cicloturista, o povera, abbandonata, lasciata a sé stessa, e per questo faticosa mentalmente da percorrere in bici; e questo si riflette sui prodotti che essa ha da offrire a chi ha l’occasione di attraversarla. Mi ricordo quelle due sere, dopo quelle tappe, passate a chiacchierare con i proprietari dell’agriturismo e del b&b sulle tradizioni produttive di quelle zone… In bici, insomma, riesco a “gustare” forse meglio il territorio: mi incuriosisco della storie delle persone e della terra e le voglio di conseguenza conoscere il più possibile.

Un altro aspetto che è cambiato riguarda l’opportunità di fare esperienze uniche: in auto, è facile pensare di fare 50 km, deviando dal percorso più diretto, per andare a scovare una microbirreria in un posto sperduto in Scozia, seguendo le indicazioni delle guide turistiche o l’ispirazione del momento. Prima lo facevo molto spesso. Da quando viaggio in bici, tutto questo non è più così facile. Allora organizzo giornate ad hoc, come quella presso la Obubu Tea Farm l’anno scorso, oppure mi invento qualche variante strana, che però mi farà percorrere molti più chilometri di quelli preventivati, oppure… attendo la sorpresa, il colpo di fortuna, l’esperienza che non ti aspetti. E così mi è capitato di assaggiare, in un agriturismo sperso sulle alture della Lunigiana, un favoloso piatto di testaroli (di cui ignoravo l’esistenza); oppure di gustare, durante una cena sotto un diluvio memorabile (da far tremare il cuore di ogni ciclista), un corroborante piatto di polenta e frico (e ora so che piatto semplice, ma delizioso, esso sia).

E poi… prima, con altre modalità di viaggio, tornavo a casa con un sacco di souvenir enogastronomici, soddisfacendo gli impulsi del momento… In bici, non mi è più possibile, o lo è raramente: sovente me ne torno a casa delle pedalate di un giorno in montagna con un pezzo di formaggio di alpeggio o un vasetto di miele o di marmellata dai profumi inusuali, ma nei viaggi a tappe di più giorni ciò è veramente, a parte rari casi (qualche confezione di the dal Giappone), impossibile. E durante il viaggio, devo fare un pochino di attenzione all’alimentazione: come potrei riprendere a pedalare il giorno dopo, se esagerassi ogni volta?
Allora il mio viaggio di scoperta si prolunga, si dilata anche con il ritorno a casa: passo molto più tempo, come cicloturista, a cercare occasioni per ripristinare il legame con territori che ho visitato e con i prodotti che ho conosciuto, cercando occasioni simili a quelle proposte dalla Obubu Tea Farm con il loro Tea Club, acquistando online i prodotti che avevo assaggiato direttamente dai produttori che avevo avuto modo di conoscere, leggendo ricette e notizie riguardanti quei mondi enogastronomici.
Una cosa è certa: non sono solamente una cicloturista, ma, irrimediabilmente, una cicloturista enogastronomica! Una di quelle molto curiose, quasi ingorde, che non si saziano mai di sapori, conoscenze e sensazioni. Esiste questa nicchia, questa definizione, questa categoria? Non ne sono certa… però mi piace moltissimo e mi regala tante emozioni!
