Cicloturismo & Co.

Io e il Giro d’Italia

31.05.1997 …Ero là, lungo la salita che portava a Breuil Cervinia, con quello che era diventato mio marito da una settimana, a veder passare in solitaria Ivan Gotti, che avrebbe poi vinto la tappa e il Giro di quell’anno.

Da allora, diverse volte, in occasione del nostro anniversario di matrimonio, abbiamo preso la nostra bici e siamo andati a vedere qualche tappa sulle strade del nostro Piemonte: spesso, durante l’ultima settimana di maggio, la Corsa Rosa ne aveva in calendario un paio, per noi facilmente raggiungibili in giornata, e, nella maggior parte dei casi, altamente spettacolari. Abbiamo percorso insieme a centinaia di altri ciclisti alcune delle salite lungo le quali, di lì a qualche ora, avremmo poi visto i corridori darsi battaglia, provando in prima persona una piccolissima parte della fatica dei professionisti, che da giorni macinavano chilometri lungo l’Italia. Era un modo particolare di festeggiare una simile ricorrenza, ma la nostra comune passione della bici, che ci aveva accompagnato fin dagli inizi della nostra unione, ci faceva desiderare di esserci: la nostra presenza assumeva un significato tutto nostro, che si sommava a quello comune a tantissimi altri appassionati.

Quest’anno, niente Giro a maggio… e ho capito che mi è mancato qualcosa.

Per quanto io ami la bici, sono una cicloturista che se la prende con calma, non una ciclista che mira alla prestazione o che gareggia con altri: insomma, quanto di più distante ci possa essere dal ciclismo professionistico. Ma, avendo ben presenti la fatica provata dopo ore di pedalate, la sensazione di salire in sella quando il tuo corpo e la tua mente vorrebbero fare tutt’altro, lo sconforto per un’ennesima impennata della strada dopo chilometri di salita, il disagio sulle due ruote dopo una giornata di freddo e pioggia, provo una grandissima ammirazione per tutti quelli che hanno l’ardire di partecipare ad una corsa a tappe di tre, dico tre, settimane. Professionisti o non professionisti, sono innanzitutto uomini che hanno dei limiti, come li ho io: la loro asticella è solo posta molto più in alto rispetto alla mia, ma c’è, come per tutti.

L’appuntamento quotidiano con i risultati di tappa, gli highlights visti in TV, l’occasione di far parte per un giorno di una qualche impresa memorabile e di poter dire “io c’ero”, mi sono mancati, nonostante non aspiri a replicare quel mondo nel mio modo di vivere la bicicletta.

Gli altri “perché” di questa mancanza?

Perché non ho saputo resistere e qualcuna delle salite del Giro l’ho percorsa, nel corso degli anni, in altre occasioni, impiegandoci un’eternità ma provando una soddisfazione incredibile una volta arrivata in cima.

Perché le dirette dei grandi Giri, da tempo non ospitano più solo il gesto sportivo, la telecronaca dal vivo, ma sono diventate una vetrina sui territori, sulle tradizioni, sulle storie dei luoghi. Certo, sono racconti che seguono le logiche degli sponsor e dello spettacolo televisivo, e che possono in parte falsare la percezione di chi li guarda a chilometri di distanza. Ma è grazie a queste immagini che ho scoperto, per esempio, la bellezza del “piccolo Tibet” di Campo Imperatore, o che sugli Appennini esiste una montagna con un nome quasi tedesco, il Blockhaus, la cui ascesa può essere terribile quanto una salita alpina.

Perché guardando in TV le tappe della Corsa Rosa, ho visto luoghi che sono poi entrati nel mio immaginario cicloturistico, diventando possibili mete per i miei viaggi futuri.

Per ora, tutto è rimandato a ottobre. Nell’attesa di sapere se effettivamente si riuscirà a dare vita all’edizione 2020, mi sto già chiedendo come potrà essere l’Italia vista in autunno, lungo le strade di quello che sarà, a tutti gli effetti, un inedito Giro d’Italia.